Evangelii gaudium: un progetto pastorale. S.E.R. Mons. Rino Fisichella
Evangelii gaudium: un progetto pastorale
S.E.R. Mons. Rino Fisichella
Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione
“Sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una «semplice amministrazione». Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un «stato permanente di missione»” (Eg 25).
Questa espressione di Papa Francesco è chiara e non ha bisogno di molte interpretazioni. Il contenuto della sua Lettera Apostolica a conclusione dell’Anno della Fede ha un valore “programmatico” per il suo pontificato. Un programma che viene presentato alla Chiesa perché si rinnovi nella sua azione pastorale, rendendola sempre più missionaria; in “uscita”, per usare il linguaggio ormai usuale del Papa. Una Chiesa in missione permanente, che non conosce altra sosta se non quella che proviene dall’obbedienza alla Parola di Dio. Questa Parola, infatti, se ben ascoltata e vissuta, permette di dare senso e significato al nostro impegno pastorale. Lo ricorda in modo molto plastico l’autore della Lettera agli Ebrei, quando scrive: “Oggi se udite la sua voce non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione il giorno della tentazione nel deserto dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova... così ho giurato nella mia ira: non entreranno nel mio riposo” (Eb 3,7 cit. Sl 95). Il ragionamento dell'autore sacro diventa subito chiaro: chi non ascolta la voce di Dio, non potrà trovare riposo. Ora, anche a noi è stata annunciata la stessa parola. Se vogliamo entrare nel “riposo”, quindi, è necessario aprirsi all'ascolto dell'ultima parola che adesso (“oggi”) ci viene rivolta. La Chiesa sa molto bene che il suo “riposo” si trova solo nei pascoli della Parola del Signore. Ogni credente, pertanto, che cerca il “riposo” a cui rimettere il senso della propria esistenza, è posto dinanzi a questa stessa Parola che non conosce tramonto. Egli deve passare per la “porta” che è Gesù stesso; è invitato ad ascoltare la voce del pastore che lo chiama; una voce che è subito riconosciuta come una parola rivolta direttamente a lui per trasformare la sua vita (cfr Gv 10,1-7). Dinanzi a questa Parola ognuno comprende di non poter nascondere nulla, perché essa tutto penetra e tutto conosce (cfr Eb 4,12). Insomma in tutto l’arco della sua storia, la Chiesa ogni credente, sono posti sempre dinanzi alla Parola di Dio che è criterio di verità e di amore. L'ascolto di questa Parola, però, perché possa esprimersi in maniera efficace (cfr Is 55,10), impone l'attenzione all'oggi della fede e all'esistenza personale di ognuno.
Il tema dell’evangelizzazione non è estraneo alla vita della Chiesa, al contrario. Come ricordava Paolo VI: “La Chiesa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo” (En 14). Evangelizzare, quindi, equivale a riconoscere la propria identità e lo scopo della presenza della Chiesa nel mondo. Per la Chiesa, quindi, il compito di evangelizzare è un continuo ritorno alle proprie origini. Una responsabilità antica e sempre nuova perché comporta la fedeltà al Vangelo che impone una vigilanza costante alle condizioni di vita sempre mutevoli in cui vivono gli uomini e le donne di ogni tempo. Ciò comporta l’attenzione a comprendere quali linguaggi, quali metodologie e quali segni sono più coerenti per dare risposta agli interrogativi del nostro contemporaneo [1].
Un progetto pastorale
C’è un interrogativo, comunque, a cui si deve dare risposta: cosa si intende per “progetto pastorale”?. Un progetto, per sua stessa natura, è una provocazione alla libertà. Porsi dinanzi a un progetto, infatti, indica fare delle scelte per costruire qualcosa in cui si crede, e per cui si mette in gioco la vita. E’ la capacità di guardare al futuro non come a uno spazio vuoto e indeterminato; piuttosto, come a un tempo da modellare e dare forma secondo un ideale da raggiungere. In un progetto le persone sono coinvolte direttamente e intorno a esso si coalizzano le forze per una partecipazione attiva di condivisione.
La qualifica di “pastorale”, comunque, fa uscire il progetto dalla genericità per indicare l’insieme delle attività che la Chiesa realizza per poter esprimere le finalità proprie della sua missione. Tutta la vita della Chiesa è “pastorale” e tutta la “pastorale” è intrisa della dimensione ecclesiale. Nessuno nella Chiesa può essere estraneo alla pastorale, perché equivarrebbe ad essere privo della linfa che alimenta la stessa vita ecclesiale. Il vescovo come il teologo, il parroco come la catechista, il diacono permanente come l’economo della diocesi, sono coinvolti tutti nella pastorale. Se, tuttavia, lo sguardo di chi è al servizio si attarda solo su questioni specifiche, e si pensa di agire prescindendo dalla comunità e dalla complementarità dei carismi, allora viene meno la “pastorale”, e con essa si indebolisce l’attività stessa che viene svolta. Se l’impegno che si attua nella comunità non è finalizzato a rendere concreto e visibile la missione di tutta la Chiesa, allora non si è impegnati nella “pastorale”, ma in un’attività da cui ci si attende una retribuzione. Insomma, quando parliamo di pastorale siamo chiamati a verificare in che modo quanto sorge dalla preghiera, dalla riflessione, e dallo studio possa diventare una prassi di vita. Per sua stessa natura, pertanto, la pastorale non è una teoria, ma una prassi che si fa forte della testimonianza come suo punto originario e conclusivo. Come scriveva Gregorio Magno: “L’impegno pastorale è la prova dell’amore” [2]. Se, dunque, la pastorale è legata all’amore, questo è chiamato ad essere la regola di vita della comunità cristiana e dei singoli credenti.
La pastorale alla luce della Parola di Dio
Questa premessa era necessaria per creare uno scenario più opportuno ad alcune riflessioni che derivano dalla lettura e dallo studio della Evangelii gaudium di Papa Francesco. Uno dei più qualificati commentatori di papa Gregorio Magno scriveva: “Gregorio per temperamento non si interessa affatto alle controversie intellettuali, e l’epoca in cui vive a differenza dei secoli precedenti, non è segnata dai grandi dibattiti teologici. Non è affatto sorprendente quindi che egli non accordi che un’importanza minore all’attività propriamente dottrinale dei predicatori. Ai suoi occhi, la conversione al cristianesimo implica un cambiamento di vita più che uno sforzo del pensiero” [3]. Mi permetto di applicare a Papa Francesco questa interpretazione, e la lettura di Evangelii gaudium mi rafforza ancora di più nella convinzione di questa prospettiva. Siamo chiamati a confrontarci con l’Esortazione apostolica anzitutto per i suoi contenuti sull’azione pastorale che la Chiesa è chiamata a realizzare in questo tempo, perché la credibilità della nostra fede emerga principalmente dalla testimonianza viva dei discepoli di Cristo. Questo incontro internazionale che il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione ha organizzato tratta solo alcune tematiche presenti in Evangelii gaudium. Altri incontri permetteranno di far emergere l’ulteriore ricchezza del magistero di Papa Francesco. Compito di questo mio intervento, quindi, non è quello di entrare nel merito delle questioni che saranno trattate nei prossimi giorni, ma di mostrare l’importanza di una riflessione che sappia contenere e indirizzare tutte queste rispettive tematiche all’interno di una azione pastorale delle nostre comunità, così da facilitare e rendere più concreto il contenuto di Evangelii gaudium. Insomma, siamo tutti “operatori pastorali” invitati a riflettere su come rendere il nostro servizio per la Chiesa più missionario; su come trasformare i nostri desideri in realtà, e su come assumere la responsabilità di evangelizzare alla luce dell’amore e della gioia cristiana.
Scriveva Gregorio Magno nella sua Regola pastorale: “Quanti sono insigniti di autorità devono considerare in sé non il potere del loro grado, ma l’uguaglianza della condizione [4], e siano lieti non di dominare sugli altri uomini, ma di far loro del bene” [5]. E in un passo successivo chiarifica ulteriormente questo pensiero: “Il cuore molto si dissipa tra le parole umane e quando consta con certezza che travolto dai tumulti degli affari mondani viene meno nelle sue risorse, deve impegnarsi senza sosta per risollevarsi attraverso l’amore alla dottrina celeste” [6]. Per Papa Gregorio ciò significa: “impegnarsi ogni giorno a meditare i contenuti della Sacra Scrittura” [7]. Questo testo ci riporta direttamente all’indicazione di Papa Francesco: “La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci. Abbiamo bisogno d’implorare ogni giorno, di chiedere la sua grazia perché apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale. Posti dinanzi a Lui con il cuore aperto, lasciando che Lui ci contempli, riconosciamo questo sguardo d’amore che scoprì Natanaele il giorno in cui Gesù si fece presente e gli disse: ‘Io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi’ (Gv 1,48). Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita! Dunque, ciò che succede è che, in definitiva, ‘quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo’ (1 Gv 1,3). La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri” (Eg 264).
La Parola di Dio è la fonte originaria e inesauribile per uno stile di vita credente. Essa è la regula fidei della Chiesa e di ogni battezzato, per non cedere al disorientamento che conduce all’impoverimento di sé, al logoramento della pastorale e all’inefficacia dell’evangelizzazione. La Parola di Dio è lo specchio dentro cui dobbiamo rifletterci per vedere l’intensità del nostro impegno e la coerenza della nostra azione. D’altronde, se riflettiamo sul contesto storico e culturale in cui Gregorio Magno viveva, verifichiamo che non è molto distante dalla nostra attuale situazione. Il sesto secolo vedeva una società disgregata e frammentata, senza un ordine preposto che avrebbe potuto garantire serenità e pace; inoltre, il timore e la paura di una invasione barbarica era sempre all’erta. Quanto questo possa avere analogie con la nostra condizione culturale è facile verificarlo. La crisi delle Istituzioni internazionali manifesta un vuoto non indifferente mentre si moltiplicano in varie parti del mondo guerre incontrollabili. Nuovi barbari sono all’azione, e prepotente appare la loro opera quando viene con gli abiti civili del progresso, mentre in effetti è una valanga di distruzione nei confronti di una civiltà come l’abbiamo conosciuta e costruita. Non è il tempo tuttavia per cedere al fatalismo né al catastrofismo. Non spetta a noi subire il cedimento o guardare con pessimismo la realtà. Ciò che per noi vale è il realismo evangelico che sa quanto il bene e il male crescano insieme fino alla fine dei tempi (cfr Mt 13,24-30).
Noi ben conosciamo sia il male, frutto del peccato, come la grandezza della santità, opera dello Spirito di chi si lascia plasmare dalla grazia (cfr Gal 5,16-25). Sappiamo che il male trionfa quando il bene rimane in silenzio o si nasconde per paura, e tuttavia abbiamo certezza che alla fine sarà sempre il bene ad avere la meglio. Per questo è importante fare emergere le opere di bene che sono visibili in tante testimonianze di cristiani e di uomini e donne di buona volontà. Il nostro compito, comunque, sarà sempre quello di “preparare la via al Signore” (cfr Mt 33); cioè rendere il cuore di chi incontriamo disponibile ad accogliere la grazia e il dono di Dio. Non sarà la nostra pastorale a convertire il cuore, ma primariamente la grazia di Dio che agisce, e la presenza dello Spirito che opera trasformando. D’altronde per noi valgono sempre le parole dell’Apostolo: “La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Cor 2,4-5). La pastorale non si fa forte della pretesa di rinchiudere la forza della Parola di Dio nei meandri delle interpretazioni specialistiche, ma di puntare sulla semplicità del cuore che sa riconoscere la Rivelazione di Dio (cfr Lc 10,21). D’altronde, una nota da non trascurare nella nostra pastorale sarebbe proprio l’attenzione al sensus fidelium dei nostri cristiani che permette di riconoscere quasi intuitivamente le verità della fede e il bene da perseguire.
La pastorale alla luce della profezia
Una dimensione propria dell’azione pastorale è la sua valenza profetica. Abbiamo dimenticato, purtroppo, l’impegno per la profezia. Per alcuni versi, è la grande assente nella nostra pastorale. Caduti nella trappola del protagonismo e dell’efficientismo, si è posta la profezia ai margini. C’è ancora spazio oggi per la profezia? Ha ancora senso per per la nostra vita fare riferimento alla profezia? L’interrogativo non è affatto ovvio. Esso provoca a verificare in che modo il credente ha consapevolezza della sua identità battesimale, e come traduce in atti concreti l’unzione profetica ricevuta.
Il riferimento a una pastorale “profetica” indica, in primo luogo, la consapevolezza di essere testimoni di una Parola e di una visione della vita che ci è stata offerta dal rivelarsi di Dio. Dio è venuto incontro all’uomo. Questo è il fatto originario e originale della nostra fede. L’incarnazione è la parola conclusiva di Dio che “molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti e ultimamente, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Dio si è messo sulle nostre strade e ha voluto incontrarci per rimanere con noi. La Rivelazione, comunque, non è solo Dio che viene incontro all’uomo, ma ancora di più; è Dio che si rivolge a noi come a degli amici e si “intrattiene” con noi (cfr DV 2). Non ha fretta di lasciarci, al contrario. Egli rimane con noi e chiede a noi di rimanere con lui, perché possa rimanere “in” noi. Insomma, ci è offerta la presenza unica e travolgente da cambiare la vita: la presenza in noi dello Spirito Santo. Questa è profezia. Permettere che lo Spirito agisca attraverso di noi. Favorire la nostra apertura e trasformazione della vita perché diventi evidente la sua parola.
Avverte, tuttavia, Papa Francesco che c’è un pericolo: “Chi è caduto nella mondanità guarda dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è ossessionato dall’apparenza. Ha ripiegato il riferimento del cuore all’orizzonte chiuso della sua immanenza e dei suoi interessi e, come conseguenza di ciò, non impara dai propri peccati né è autenticamente aperto al perdono. È una tremenda corruzione con apparenza di bene. Bisogna evitarla mettendo la Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impegno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio” (Eg 97). Parole che non permettono scusanti tanto sono dirette, toccando l’esperienza quotidiana di molte delle nostre comunità.
Una pastorale in chiave missionaria, quindi, fa propria la profezia. Ciò significa, comunque, una provocazione ad andare sempre oltre, a non fermarsi mai per permettere di cogliere l’essenza dell’impegno pastorale. Profezia, equivale a cogliere ed evidenziare la presenza dei semina Verbi nelle culture, negli uomini, nelle religioni… e, nello stesso tempo, a non dimenticare che la Parola rivelata imprime una novità talmente genuina e originale da non conoscere confronto (cfr Eg 39.251). La profezia, quindi, si trasforma in un annuncio di speranza nella promessa di Gesù Cristo di rinnovare tutte le cose (cfr Ap 21,5); di chiamare a sé tutti quanti hanno bisogno di misericordia (cfr Mt 11,28); di preparare un posto per condividere l’eternità nella gioia della contemplazione del volto del Dio Trino (cfr Gv 14,1-3). Profezia, è annuncio dell’amore di Dio che “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,43). Un amore che si apre ed allarga all’amore fraterno per ogni persona e che si esprime in una parola, un segno di perdono, di donazione di sé, di solidarietà, di aiuto (cfr En 28). Lo ricorda ancora Evangelii gaudium: “La dignità della persona umana e il bene comune stanno al di sopra della tranquillità di alcuni che non vogliono rinunciare ai loro privilegi. Quando questi valori vengono colpiti, è necessaria una voce profetica” (Eg 218).
I profeti “parlano al cuore”, afferma l’apostolo (1 Cor 14,25). Per questo abbiamo bisogno della loro presenza e della loro testimonianza. Porre la nostra pastorale alla luce della profezia, infine, significa far emergere il contenuto specifico della nostra fede: l'amore misericordioso di Dio. È interessante osservare come, a partire dal Nuovo Testamento, la profezia non è data come forma di condanna, di giudizio o di paura, al contrario. La profezia è sempre una parola di conforto, di fiducia e di speranza. Il fatto non è privo di spiegazione. Il momento culminante della rivelazione dell'amore di Dio, infatti, trova nel mistero pasquale la sua significazione suprema. In linguaggio umano, Dio rivela cosa significa amare e come amare. La croce di Gesù di Nazareth è il segno profetico culminante, perché là ognuno è obbligato a vedere il nesso tra la sofferenza, la morte e la manifestazione della gloria di Dio. Sul volto del crocefisso risplende la “gloria del Padre” (2 Cor 4,6), questo è il messaggio che viene comunicato all'umanità in cerca di un senso per la propria vita. Nel crocefisso risorto si realizza la volontà salvifica di Dio. Qui diventa evidente l'essenza stessa della natura divina: amore che si dona per sempre a tutti, senza escludere nessuno e senza nulla chiedere in cambio. Un amore che perdona per distruggere ogni volta il peccato come espressione di non amore e rifiuto di responsabilità.
Dopo la morte e la risurrezione di Gesù Cristo, la Chiesa è chiamata ad essere "profezia" dell'amore trinitario di Dio. Un amore che non ha rifiutato la condanna dell'Innocente per la salvezza del peccatore (Rom 5,6-10). La profezia, insomma, abilita il credente a parlare della fede come un messaggio che ha in sé una speranza incrollabile, affidata alla Chiesa perché la comunichi al mondo e la renda visibile. Una Chiesa forte della profezia sarà sempre in grado di scoprire le insondabili vie che lo Spirito le apre, perché la sua missione evangelizzatrice possa incontrare tutti senza escludere nessuno. Ne deriva una conseguenza per la nostra pastorale. Una profezia che si presentasse con un linguaggio di condanna in chiave rigorista non rifletterebbe la fiducia nell’amore di Dio, ma riporterebbe ai tratti di un montanismo e un donatismo in chiave moderna che vanificherebbero il cuore stesso della Rivelazione (cfr Eg 41). Non dimentichiamo l’insegnamento di Papa Francesco in proposito: “La Chiesa vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva” (Eg 24).
In questo contesto, un esempio pastorale, giunge immediato proprio per la vicinanza del Sinodo dei Vescovi: come far comprendere il valore profetico che riveste oggi la famiglia cristiana? Certo, è bene avere uno sguardo capace di cogliere la pluralità delle situazioni e la complessità del fenomeno culturale che formano una ragnatela tale da imprigionare e rendere spesso vana la realizzazione di una famiglia. Le difficoltà in cui si trovano soprattutto le giovani generazioni, prive di lavoro e quindi senza possibilità di costruirsi solidamente un futuro; la cultura dominante che invita a vivere con interesse solo un weekend spensierato e ricco di emozioni, piuttosto che un impegno e una decisione duratura e stabile. La concezione falsata del rapporto interpersonale che mortifica la complementarità per la sopraffazione della volontà dell’individuo. La visione parziale della vita che si conclude in una miope accettazione del successo immediato, più che della fatica per ricercare il senso dell’esistenza. La concezione sempre più marcata del possesso dell’altro più che della donazione di sé… L’elenco sarebbe lungo, ma non farebbe modificare la visione parziale della famiglia e della concezione della persona che emerge da questa cultura dominante soprattutto nell’occidente. Il valore profetico della famiglia cristiana, invece, si pone come modello di realizzazione di sé nella compartecipazione, nell’amore gratuito e nell’accoglienza di tutto ciò che si è, in forza di una vocazione e una missione da realizzare. La dimensione del mistero d’amore diventa fondamentale per la visione cristiana della famiglia. Aiutare a scoprire l’orizzonte del mistero che chiede di essere conosciuto giorno dopo giorno in una dinamica crescente perché pone dinanzi al piano di salvezza che Dio ha per gli sposi. Il mistero grande di cui parla l’Apostolo (cfr Ef 5,32) che è capace di dare senso alla vita. Il mistero non schiaccia le persone, le eleva e conduce progressivamente a scoprirsi parte integrante di un progetto che solo attraverso la propria libertà può realizzarsi. La triade proposta da Papa Francesco: permesso, grazie e scusa non sono altro che l’abc di una condizione di amore che si apre all’amore perché si è scoperto di essere stati amati (cfr 1 Gv 4,10).
La pastorale alla luce dell’accoglienza
Un ulteriore tratto che dovrebbe caratterizzare la pastorale è l’accoglienza. Una comunità che accoglie è, anzitutto, una comunità che non guarda al colore della pelle, alla lingua che si parla o a quale ceto sociale si appartiene. Le parole dell’Apostolo dovrebbero risuonare molto forti: “Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Il samaritano (cfr Lc 10,30-37) non ha guardato a nulla se non alle ferite del malcapitato, per questo gli è diventato suo “prossimo”. Non ha scelto lui chi e come aiutare, gli è stato offerto. Altri sono passati non curanti e indifferenti, probabilmente anche infastiditi. Lui no. Lui si è accorto, fermato, preso cura, interessato, sostenuto e accompagnato. Non ha avuto fretta di liberarsi, si è fatto compagno di strada. Una pastorale segnata dall’accoglienza si rinnova nelle sue strutture, ma soprattutto nella mentalità. È una comunità che sa tenere la “porta aperta” (cfr Eg 47) non metaforicamente, ma concretamente. Non è la freddezza dell’impatto che converte, ma la gioia che proviene dal calore di sapere comunicare Cristo. Non una pastorale per i perfetti, ma per quanti sono in cammino e bussano alla porta per essere accolti con “perfetta letizia”. Papa Francesco indica chi sono i privilegiati di questa accoglienza: “I poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo, e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli” (Eg 48).
In questo contesto assume tutta la sua importanza la “cultura dell’incontro”. Per una pastorale che si fa accoglienza non dovrebbe essere difficile la riscoperta del valore dell’amicizia e della fratellanza come pilastri su cui far crescere la testimonianza. Trasformare questo in pastorale, equivale ad assumere un comportamento che sa comprendere il valore insostituibile dell’incontro interpersonale. Come incontrare l’uomo di oggi, come permettergli di avere un incontro con Cristo nel silenzio della propria intimità e nei segni che ne indicano la presenza nei fratelli. Ciò implica pure il recupero del sacramento della riconciliazione e il confronto con la guida spirituale per verificare la propria crescita nella fede. È un incontro con un fratello e una sorella perché scaturisce dall’incontro con il Signore Gesù. Sviluppare questa dimensione, implica allargare gli ingressi delle nostre chiese e degli spazi connessi, perché non siano a senso unico, dove l’ingresso è riservato a pochi privilegiati e l’uscita a tanti perché delusi. Una cultura dell’incontro non si ferma a pochi momenti frettolosi, e all’insegna della formalità. L’incontro è piuttosto la scoperta della persona, del suo mistero e della sua vocazione. È l’incontro con la ricchezza dell’esperienza acquisita e con i carismi che sono offerti per la crescita della comunità. Una cultura dell’incontro, quindi, è accoglienza del mistero del fratello per comprendere ancora di più il mistero della propria esistenza. È un incontro dove la priorità del “noi” emerge su quella dell’”io”. Come ricorda Papa Francesco: “solo grazie a quest’incontro… siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità” (Eg 8). Un incontro dove la dimensione della Chiesa, una comunità che vive la comunione, diventa criterio di giudizio e testimonianza della nostra presenza nel mondo di oggi.
La pastorale alla luce della formazione
Un ultimo tratto qualificante un progetto pastorale è la formazione. La formazione. Non è una parola astratta. Quando si parla di formazione non si fa riferimento a una questione teorica, ma esistenziale. Significa essere nella condizione di poter dare “ragione della speranza” presente in noi (cfr 1 Pt 3,15), per partecipare ad ognuno che incontriamo la gioia di avere incontrato Gesù Cristo. È qui che si incontra il cuore della fede. Noi siamo stati generati dalla fede nella resurrezione di Cristo che è il fondamento della speranza. Papa Francesco lo ricorda a più riprese in maniera netta: “Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti!” (Eg 3); “La sua risurrezione non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali” (Eg 276); “La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano. Non rimaniamo al margine di questo cammino della speranza viva!” (Eg 278). Siamo posti dinanzi alla sola possibilità per l’uomo di trovare una risposta al non senso della morte e della disfatta di noi stessi. Se Cristo non è risorto, allora non c’è futuro e neppure speranza. Ma se Cristo è davvero risorto da morte, come noi crediamo, allora la speranza abbraccia l’intera esistenza e la storia per indirizzarle oltre il limite. La speranza non ci può essere rubata né possiamo essere noi a vanificarla con una fede debole e una vita priva della forza della testimonianza.
Come si può arguire, per i cristiani il riferimento alla formazione, equivale a prendere coscienza della responsabilità che ci è stata affidata di portare il Vangelo a tutti. E’ la consapevolezza di avere ricevuto in dono il senso della propria vita. Ecco perché la formazione possiede un alto valore esistenziale. Perché fa riferimento al senso della vita. Credere nella risurrezione di Gesù Cristo comporta aver trovato la risposta alla perenne domanda di senso che alberga nel cuore di ogni persona. Gli interrogativi che ruotano intorno al dilemma: “Chi sono io?”, “Da dove vengo?”, “Dove sto andando?”, “Che senso ha il dolore e la sofferenza soprattutto di un innocente?”, “C’è una vita dopo la morte?”… Queste domande non sono affatto teoriche né retoriche, ma coinvolgono in modo diretto la vita di ogni persona. La risurrezione di Cristo ha accolto in sé questa domanda e vi ha dato risposta. Non ci sono alternative. L’Apostolo ha ragione quando scrive: “Se Cristo non è risorto allora mangiamo e beviamo perché domani moriremo” (1 Cor 15,32). La formazione a cui si fa riferimento è all’interno di questa dimensione e permette di entrare sempre di più nell’intimo del mistero della vita personale. In una cultura sempre più sotto l’egida della tecnica, noi siamo chiamati a mantenere alto il valore del mistero della vita. Al tentativo di razionalizzare ogni cosa noi rispondiamo che ci sono conoscenze che vanno al di là della ragione e che le “ragioni del cuore” hanno tutta la loro importanza. E’ sempre Papa Francesco che ci indica questa prospettiva quando in Lumen fidei scrive: “All’uomo moderno sembra, infatti, che la questione dell’amore non abbia a che fare con il vero… Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’"io" al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto” (Lf 27).
Insomma, pensare che la formazione consista nel rimanere seduti a una scrivania, con un libro aperto tra le mani per preparare un esame significa non aver compreso il valore dell’educazione che fin dagli inizi della nostra storia è stato percepito e vissuto. La formazione consiste, anzitutto, nel ritornare a tenere tra le mani la Parola di Dio per farla diventare nutrimento della nostra esistenza. Una Parola viva, perché esiste una comunità che nel corso dei secoli la mantiene viva attraverso la sua vita, fatta di annuncio, di comprensione sempre più profonda del senso originario, di una trasmissione che di generazione in generazione trova le forme più coerenti e proprie a ogni epoca per renderla pane da spezzare alla stessa stregua del pane spezzato sull’altare (cfr DV 21). E’ questa formazione che ha permesso in tante comunità di produrre i “catechismi”, di dare vita alle “scuole del Vangelo”, la “lectio divina”, i “laboratori della fede”… e tante altre esperienze di cui è ricca la nostra storia recente [8].
Conclusione
È importante che si trovino delle priorità nell’azione pastorale. E questo, me lo si lasci dire con tutta franchezza, non è l’organizzazione strutturale della comunità, né la sua preoccupazione economica e finanziaria. Non dico che non siano problemi da affrontare, dico che non sono la priorità pastorale su cui porre la nostra attenzione. Papa Francesco ci mette ben in guardia quando scrive: “Ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza “fedeltà della Chiesa alla propria vocazione”, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo” (Eg 26). Aver posto nel passato questo orizzonte come impegno prioritario, ha portato oggi ad avere delle comunità stanche, deboli, prive di giovinezza e purtroppo sempre più sterili. Incapaci di generare, perché lo sguardo non è stato puntato sull’essenziale, ma sullo strutturale, cadendo, purtroppo, nell’effimero.
Alla fine dell’Anno della Fede, Papa Francesco ha voluto consegnare simbolicamente questa sua Esortazione Apostolica ai diversi operatori pastorali. Un progetto che si rivolge a tutta la Chiesa e alle singole Chiese per riscoprire con vigore l’essenza della nostra identità: annunciare il Vangelo con gioia e convinzione, con rispetto e con una testimonianza credibile. Tornano, a conclusione, cariche di attualità le parole della Evangelii nuntiandi: “Tacitamente o con alte grida, ma sempre con forza, ci domandano: Credete veramente a quello che annunziate? Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che vivete?” (En 76). Questi interrogativi rimangono una provocazione anche per noi oggi per riscoprire il valore insostituibile della testimonianza. I nostri contemporanei si attendono da noi un balzo in avanti. È vero, ci sono stati segni che fanno percepire l’assenza di Dio. Sappiamo, tuttavia, che il desiderio di Dio non può essere annientato nel cuore di nessuno. Sempre l’uomo sentirà come nostalgia non compiuta il desiderio di incontrare persone che gli parlino dell’amore di Dio e della speranza per un mondo nuovo come scaturisce dalla Risurrezione di Cristo. A ognuno di noi, in forza del battesimo ricevuto e del sostegno dell’Eucarestia il compito di trovare le espressioni più coerenti per dare voce a questo desiderio e di rendere visibile l’intramontabile amore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, unica possibilità per rendere fecondo il nostro rinnovato annuncio del Vangelo.
S.E.R. Mons. Rino Fisichella
[1] Quella del linguaggio è una tematica estremamente importante perché ha bisogno di muoversi nell’equilibrio tra il linguaggio fondativo della fede, che trova la sua sistematizzazione nel dogma, e il linguaggio dell’annuncio per la comprensione della verità rivelata (cfr Eg 41.42.45).
[2] Gregorio Magno, La regola pastorale, I,V.
[3] C. Dagens, Saint Grégoire le Grand. Culture et expérience chrétienne, Paris 1977, 341, citato da G. Cremascoli, Introduzione a Gregorio Magno, La regola pastorale, Roma 2008, XII, nota 29.
[4] Papa Gregorio intende dire che siamo tutti figli e tutti uguali davanti a Dio.
[5] Gregorio Magno, La regola pastorale, II,VI, XVII.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem, II,XI,XXII.
[8] Cfr Verbum Domini, 75.


